Ma in realtà, abbattendo il velo di illusione che ci inganna, questa persona, questo senso dell’Io, è in verità una serie di impressioni mentali, fisiche e sensoriali. Quando mettiamo in fila queste impressioni ecco che si crea il senso di continuità.
Ma la verità è che non c’è nessuno dietro quella continuità. Almeno non in senso assoluto del termine, ma solo in senso relativo alle esperienze che viviamo. Lo vedremo fra un istante.
Rinforziamo quel senso di fluida continuità con un racconto, complesso e romanzato, che consideriamo come la nostra personalità. Una personalità che senza esagerazione può essere considerata come il frutto del racconto più complesso e convincente che sia mai stato creato, tanto da indurci a credere fermamente in esso. Ma si tratta solo di un abbaglio.
Quindi non c’è un Sé, un Io o Ego. Quello che chiamiamo Io è un costrutto mentale che opera ad un livello di realtà relativa, come dicevo prima. Il suo fine è quello di cercare di raggiungere la sopravvivenza e il successo/soddisfazione.
Ma a causa di questa forte e cieca spinta, finisce per diventare anche la causa primaria della sofferenza umana. La gelosia, l’invidia, la rabbia, l’ambizione, il cieco desiderio, la voglia di sopraffazione sono tutti figli di quella credenza, dell’illusione chiamata Ego.
Il Buddha, scienziato della mente
Quello che il Buddha Gautama Siddhattha scoprì migliaia di anni or sono, è stato recentemente (ri)scoperto dalle neuro-scienze, la branca della medicina che si interessa del funzionamento del nostro cervello. Tale rivelazione odierna ha appurato e comprovato che ci sono moltissimi vuoti nella nostra coscienza che il nostro sistema nervoso riempie in continuazione. Questi vuoti sono come gli spazi presenti fra un fotogramma ed un altro in una pellicola cinematografica, o il vuoto presente fra un disegno e il successivo in un cartone animato.
La realtà quotidiana contiene troppo informazioni e dati per i processi neurologici del nostro sistema nervoso centrale e periferico. Quindi per ovviare a questa sovra-stimolazione sensoriale e non mandare in cortocircuito il nostro sistema, il nostro cervello cattura e interpreta la realtà secondo un rapido susseguirsi di istantanee, che per la complessità della realtà circostante ed interna non possono essere contigue, ma, come dicevamo, staccate come innumerevoli fotogrammi. Pertanto il nostro sistema nervoso centrale crea l’illusione di una continuità fluida e contigua, mentre in realtà sta registrando gli input sensoriali possibili e aggiungendo poi i dati mancanti. Questo miscuglio di realtà e interpretazione, questo miraggio, è ciò che noi chiamiamo “coscienza”, uno stato mentale-fisico-endocrino che nasce dalla “percezione” degli stimoli, interpretandoli, piuttosto che subendoli in una ricezione passiva.
Ma ora arriva il punto: tutto questo avviene senza alcuna consapevolezza e senza che ci si accorga, e tutti noi continuiamo a pensare che la realtà è proprio quello che noi vediamo e sentiamo, che esiste una realtà oggettiva al di fuori di noi.
Questo processo di “riempimento fra istantanee della realtà”, ovvero la sensazione di essere un’identità fluida e permanente (senso del Sé), ha la solida utilità biologica di rispondere velocemente agli stimoli esterni, in base a deduzioni e collegamenti, per fronteggiare le più svariate situazioni, compreso il pericolo.
Se udiamo all’interno di un bosco un suono che assomiglia al latrato di un cane, possiamo subito fuggire “pensando” che ci sia un lupo. Questo ha avuto una sua valenza da un punto di vista evoluzionistico. E non si può negare che il senso di un “Io” ha delle funzionalità sociali. Pertanto non si vuole certo demonizzare l’utilità di “indossare le vesti di un Io” se si vede per ciò che è, ossia un costrutto concettuale in una realtà relativa (ovvero in relazione a… lavoro, abilità, ecc.).
Il problema è aver costruito un tale costrutto utile in molte situazioni e finire di credere che esista veramente come una personalità ben distinta, un entità che brama per esistere e volere, invadendo le altrui simili pseudo-realtà. Il problema è credere che esista un soggetto continuo e permanente, proprio come se credessimo veramente alla storia di Babbo Natale, solo perché ben articolata e raccontata.
La mente è molto abile a creare storie e crederci fermamente, plasmando tutta la propria vita con esse. Una mente che agisce in una temporanea o permanente disfunzionalità, può creare allucinazioni visive e auditive talmente convincenti da inglobarle nella realtà personale ed interagire con esse. Non bisogna certo scomodare soggetti psicotici o schizofrenici per questo. La scienza ci dice che se QUALSIASI essere umano è privato del sonno REM (il sonno in cui si sogna) dopo pochi giorni sopraggiungono allucinazioni vividissime, delirio e se non si interviene addirittura la morte.
Anche la deprivazione sensoriale (come ad esempio un ritiro al buio completo per alcuni giorni, a cui il sottoscritto si è sottoposto, che è una pratica Dzogchen molto potente) può scatenare violente e potenti allucinazioni uditive e visive.
In sunto la realtà è una percezione aggiustata, completata e in definitiva costruita, proprio come la forma di un cerchio, disegnata da un giocattolo laser di luce, viene vista come un’immagine completa, ma è solo la scia di picchi di luce che velocemente il nostro cervello ricostruisce secondo uno schema interno ben definito.
Lo stesso dicasi per il senso di un “Io”, percezioni ed emozioni intessute insieme che convenientemente chiamiamo coscienza. Nessuno di esse però costituiscono un Sé, un Io o quello che chiamiamo Me. Il senso dell’Io, infatti, emerge solo dopo che le nostre emozioni sono già sorte. Il nostro Sé è la risposta a qualcosa che è già avvenuto.
Ma vediamo meglio. Quando facciamo un’esperienza, il nostro sistema nervoso centrale registra una serie di informazioni e subito dopo la corteccia prefrontale del cervello, che è deputata al pensiero più alto, interpreta l’accaduto inserendo all’interno del fatto un Io, un Personaggio, che nasce subito dopo il fatto.
La scienza cognitiva moderna ha provato questa intromissione ‘dopo il fatto’.
Stimolando, infatti, una parte del cervello di un soggetto, questi viene letteralmente inondato da alcuni ricordi sommersi da emozioni, che vengono subito gestiti da un senso dell’Io che sorge subito dopo. Se si interroga il soggetto, egli non fa altro che confermare con forza che è “lui” ad aver sperimentato quelle emozioni e quei fatti, anche se non c’è stato alcun intervento volontario e non notando che il senso del Sé è a sua volta un’altra esperienza, e non una personalità che ha esperito il fatto.
Dopo che affiorano i ricordi, il cervello crea l’esperienza di un “Io” per razionalizzare l’evento, per categorizzarlo coerentemente per proteggersi e garantire la propria sopravvivenza. Questo è il lavoro del nostro sistema nervoso.
Quindi il nostro senso dell’Io sorge dopo l’esperienza, se ne appropria (pur essendo invece una semplice altra esperienza mentale) e ci convince che siamo “Noi” ad aver esperito l’accaduto.
Come vedete non esiste un susseguirsi di eventi considerati alla pari.
L’esperienza dell’Io, pur essendo un’altra sensazione esperita, viene innalzata ad interprete, a conoscitore, a Persona che maneggia l’esperienza precedente.
Ad esempio se qualcuno ci insulta, il senso di disagio che arriva dal suono della voce alterata dell’altro alle nostre orecchie, viene subito dopo seguita dal sorgere di una coscienza che si appropria del contenuto precedente e comincia a “sentirsi insultata”, dando vita a tutte le emozioni che seguiranno.
E’ facile constatare che il nostro senso del Sé è qualcosa di postumo all’esperienza, perché ci accorgiamo di “Noi” solo quando esso appare sempre dopo, a fronte di un’emozione che lo chiama in causa.
Consapevolezza sempre accesa
Mentre il nostro senso dell’Io appare e scompare, nasce e muore, o per meglio dirla come il Buddha la spiegava, le coscienze sorgono e muoiono in continuazione, tutta l’esistenza si staglia contro un unico elemento di continuità e di costanza che è la nostra consapevolezza, dentro la quale anche le nostre coscienze appaiono e scompaiono.
Solo la nuda consapevolezza, quelle che esperirete nell’Ottavo Jhana, dove essa è priva da ogni senso del Sé, dove anche sia l’osservatore che l’osservato spariscono, annullando ogni dualità, è in grado di cogliere la natura della grande manifestazione della vita, ciò che il Buddha chiamava il-mai-nato e il-mai-morto, o Nibbana, o esperienza di vera, costante conoscenza senza alcun filtro e macchinazione.
E’ come spegnere per la prima volta il proiettore dei film delle nostre vite, squarciare il set cinematografico dove viviamo, e cominciare a camminare fuori per la prima volta, assaporando attimo per attimo ogni istante, come se fossimo appena nati.
Anatta | Illusione | Ego | Sé | Consapevolezza | Neuroscienze | Cervello | Jhana | Coscienza | Percezione| Io
Centro Italiano di Meditazione
Non esiste alcun “Tu”. Questa è la cosa più difficile da ingoiare per ognuno di noi.
Ciò che chiamiamo “Io” (o Ego) è un senso di continuità, fluida ed ininterrotta, con una bella (qui nel senso di credibile) storia appiccicata sopra.
Noi crediamo che esista ‘qualcuno’ ben definito, il nostro Ego appunto, che ascolta, sente, odora e pensa.
L’azione di vedere, ascoltare e pensare crea ciò che in apparenza sembra un soggetto solido e continuo che noi chiamiamo persona.
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Il Mito del Sé. La Grande Illusione
Quando le nostre convinzioni scricchiolano
Anatta
La grande scienza mentale del Buddha a confronto con le nuove scoperte scientifiche nelle neuroscienze.
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