Jhana 1 Jhana 2
Rupa Jhana - Livello fisico

Equanimità: Livello 1 (Min. 1 e Max. 4)

Quando si è immobili e gli impedimenti rallentano e siete in grado di sostare sul vostro oggetto meditativo più a lungo, l'equanimità comincia a crescere.

Quindi:
Ciò che segue, ancora conduce a pensieri e cogitazioni;
La GIOIA sorge senza alcun motivo esterno e appare il sorriso sul volto.
Poi dopo che la gioia è passata arriva la TRANQUILLITA'.
Poi si passa ad una FELICITA' silenziosa e il SAMADHI (mente concentrata/raccolta) diventa più stabile.

Si possiede più equilibrio per stare un po' più a lungo con l'oggetto meditativo. Aumentano i tempi della pratica.

Qualità:

5 Khandha: Contatto, Sensazioni, Percezioni, Formazioni Mentali, Coscienza

Entusiasmo, Capacità di scegliere, Energia, Consapevolezza, Equanimità e Attenzione

Durante la pratica l'atteggiamento mentale nei confronti dei fenomeni che sorgono deve essere:

Distaccato, non interessato, libero da vincoli e coinvolgimento, non incline e con una mente libera da barriere.
Rupa Jhana - Livello fisico

Equanimità: Livello 2

In questo Jhana il pensiero e la cogitazione sono fermi e non vagano.

La mente e il corpo si sentono più leggeri.

Sorgono fiducia, silenzio mentale e fermezza dei pensieri


La Gioia e la Contentezza aumentano.


Ora siete senza pensieri vaganti e cogitazione






Qualità:

5 Khandha: Contatto, Sensazioni, Percezioni, Formazioni Mentali, Coscienza

Entusiasmo, Capacità di scegliere, Energia, Consapevolezza, Equanimità e Attenzione

Durante la pratica l'atteggiamento mentale nei confronti dei fenomeni che sorgono deve essere:

Distaccato, non interessato, libero da vincoli e coinvolgimento, non incline e con una mente libera da barriere.
La loro quantità è direttamente proporzionale all’importanza che il Buddha attribuiva a tale pratica, considerata essenziale e per nulla opzionale, ma strumento ASSIEME alla Vipassana per la liberazione finale e totale. Vien da chiedersi perché così tante realtà nei secoli successivi fino a nostri giorni abbiano voluto svestire e svilire un tale tesoro di informazioni. La conseguente diluizione del Dhamma ad opera di queste mutilazioni, interpretazioni ed omissioni hanno tramutato un giacimento di pensieri illuminanti in sterili masturbazioni cerebrali, nel tripudio di un sillogismo mentale nient’affatto al servizio di una giustezza storica e spirituale.
I testi e le spiegazioni che seguono sono di ausilio per capire cosa sono e come vanno condotti i primi due Jhana. Gli altri saranno vagliati via via, oltre che in sede durante le pratiche formali dei corsi, anche in prossime pubblicazioni sul sito.
Vediamo subito cosa dice il Buddha a proposito di Sariputta (o Sariputto, il monaco più esperto e abile discepolo, tanto da essere preso ad esempio e che raggiunse anche lui il pieno e completo risveglio) nella descrizione del primo e secondo Jhana. Ovviamente riporterò solo le frasi del discorso utili in questa discussione, secondo la numerazione riportata fra parentesi del testo originale.

Da “Anupada Sutta: Uno alla volta mentre accadono”:

(3) Sariputta, appartato e isolato dal desiderio dei sensi, da stati insalubri, ha avuto accesso e dimorato nel primo Jhana, che è accompagnato dall’attività del pensiero e della cogitazione, nonché dalla gioia e dalla felicità che nasce dall’isolamento.

(3) Quello che appare chiaro è l’essenzialità dell'isolamento dagli stimoli che si affacciano ai nostri sensi. Quindi la scelta di un posto tranquillo e l'esclusione delle sollecitazioni alle porte dei sensi che generano desiderio e attaccamento, turbamento ed agitazione. In questo caso per minimizzare tale effetto è conveniente chiudere gli occhi, anche se l’udito rimane ancora esposto, ma in un luogo tranquillo, e non nel centro di un piazza affollata, è la scelta più idonea e ragionevole. Un’altra cosa che ci suggerisce il Buddha è la presenza della gioia e della felicità che nasce da questo stato di isolamento e raccoglimento. Questi due fattori sono Piti e Sukha (in Pali, rispettivamente Gioia e Felicità appunto) sono i due elementi principali del primo Jhana. In questo stadio meditativo (questo è il significato di Jhana) la mente è raccolta abbastanza per far sorgere in un ciclo prima la gioia (Piti), che lascia il posto poi a Ekaggatha (Tranquillità) e in misura minore (negli altri Jhana aumenteranno considerevolmente) alla felicità (Sukha, che nel buddismo ha più il significato di contentezza interiore, uno stato di assoluto benessere) e a Upekkha (Equanimità). Piti è la gioia che ci induce a sorridere (fino, a volte, a strapparci le labbra) senza un motivo esterno. Sia la gioia che la felicità nascono da fattori intrinseci alla mente, che ora dimora in uno stato per nulla sperimentabile nella quotidianità. Un benessere avulso dal contesto. La mente è bastevole a se stessa e si placa. Non necessita di altro per nutrirsi. Scorge una dimensione di assoluta beatitudine, di cui il primo Jhana è solo un assaggio, è solo un piede nell’uscio della porta verso l’infinito.
Come si può vedere nel primo Jhana sono ancora presenti le attività mentali e di cogitazione, ossia di pensiero interno e di valutazione, che a volte possono far vacillare il Jhana, portandocene fuori. All’inizio è normale. Già a partire dal secondo Jhana questa dimensione di parlare interiore cessa o diminuisce di molto (il cosiddetto Nobile Silenzio). Le distrazioni sono un’ottima pratica e i Jhana abbisognano di pratica per stabilizzarsi ed allungarsi. Non devono trarre in inganno le parole “accesso e dimorare”, come se i Jhana fossero, nel pensiero comune, delle stanze in cui si entra e si esce. Una sorta di sale o hall di preparazione, con una targhetta sulla porta. I Jhana sono come già affermato degli stadi meditativi che nascono SOLO se le condizioni per indurli sono presenti e con una preparazione adeguata, come quella acquisita nei nostri corsi di Meditazione. Ma ora andiamo avanti.

(4) E gli stati in cui (Sariputta) si trova nel primo Jhana, come il pensare e cogitare, la gioia, la felicità e l’unificazione della mente; il contatto, le sensazioni, le percezioni, le formazioni mentali e la coscienza; l’entusiasmo, la volontà, l’energia, la consapevolezza, l’equanimità e l’attenzione, tutti questi stati sono notati da lui uno alla volta mentre accadono; egli è consapevole di quando sorgono, sa quando sono presenti ed è cosciente di quando spariscono. Ed egli così riflette: “Questi stati, non essendo presenti, sorgono, e palesandosi esistono e poi scompaiono”. Nei confronti di quegli stati egli continua a rimanere distaccato, non interessato, libero da vincoli e coinvolgimento, non incline e con una menta libera da barriere.

(4) Di nuovo qui sono descritti i fattori presenti: pensiero, gioia e felicità di cui abbiamo già parlato. La mente unificata non significa che ci troviamo in uno stato di assorbimento concentrativo tale da escludere ogni contatto con il mondo esterno, ma che la mente dimora in questi fattori, riposandosi, rifocillandosi e purificandosi in essi, senza alcuno sforzo e senza dover impegnarsi a sostare sul nostro oggetto meditativo.
Poi il Buddha ci informa che sono presenti i 5 Khandha (o Skandha in sanscrito) che sono: contatto (fenomeno che arriva ai nostri 5 sensi o al sesto senso che nel buddismo è la mente concettuale, quella che genera pensieri. Per cui possiamo avere un contatto tattile, visivo, ecc., o un pensiero che è sorto), sensazioni (che nascono dal contatto precedente), percezioni (i pensieri che sorgono da quelle sensazioni), formazioni mentali (qui inizia il processo di intromissione, la formazione di associazioni legate al nostro attaccamento o all’avversione, al voglio e non voglio. Qui inizia la soggettività, la nascita della nostra sofferenza che scaturisce dalla brama, dall'impossessarci di ciò che è sorto e renderlo qualcosa d'altro). E l’ultimo dei 5 Khandha è la coscienza che sarà il nostro atteggiamento finale nei confronti dei fenomeni, le nostre azioni. Quindi questo meccanismo è ancora presente (ovviamente) e lo sarà fino al 6° Jhana. Dal 7° è tutta un’altra storia.
Ma procediamo con ordine. Il Buddha ci dice che sono presenti delle qualità come la presenza di entusiasmo, energia, attenzione, ecc. Sono gli atteggiamenti di supporto che la mente possiede, che nascono anche dai fattori jhanici descritti in precedenza (Piti, Sukha, Ekaggata e Upekkha).
Una cosa importante qui è che il Buddha continua a dire che Sariputta è cosciente del sorgere, sostare e svanire di questi fenomeni. Questa è un lezione importante che i Jhana insegnano e rendono visibilmente chiara e cioè Anicca o l’Impermanenza di tutti i fenomeni. Anche i Jhana sorgono dal nulla, sostano e svaniscano da dove sono venuti. Oltre a questo i Jhana ci mostrano tutte e tre le caratteristiche dei fenomeni: Dukkha (Sofferenza/Insoddisfazione, che nasce dalla brama che scaturisce dai 5 Khandha di cui abbiamo parlato prima), Anicca (Impermanenza, di cui abbiamo appena parlato) e Anatta (assenza di un sé, impersonalità del sorgere dei fenomeni. Il vedere che nascono dove prima non c’erano e ritornano a svanire lì, ci insegna a VEDERE che i fenomeni non vengono DA noi, ma arrivano A noi e pertanto non appartengono a noi, non decidendo, quindi, quando o come farli sorgere). L’ultima osservazione del comportamento di Sariputta è che lui non si lascia coinvolgere da nessun fenomeno e nemmeno dal sorgere dei Jhana stessi, applicando un atteggiamento distaccato e consapevole (Vipassana, che noi alleniamo con il metodo delle 6R).

Per il secondo Jhana il Buddha continua così:

(5) Ed ancora, o monaci, con la fermezza del pensiero e della cogitazione, Sariputta entra e dimora nel secondo Jhana, che ha le caratteristiche della fiducia in se stessi e la fermezza della mente e dei pensieri, accompagnate dalla gioia e dalla felicità che nascono da una mente raccolta.

(5) Badate bene che qui uso il termine raccolto come qualità della mente (Samadhi) e non fissità concentrativa. Sono presenti ancora la gioia e la felicità, ma sono rafforzate rispetto al primo. Quello che appare nuovo sono le qualità che inducono la mente ad essere ferma e fiduciosa. Questo è un avanzamento importante. La differenza sta proprio in questa facilità a mantenere la mente sull’oggetto meditativo, alla fiducia di potervi sostare e rimanervi, con una mente che dimora nel nobile silenzio lontana dalle distrazioni interiori. La mente è meno incline a vagare e a lasciarsi andare all’inutile ciarlare delle voci interne. Sukha (Felicità) è più forte che nel primo Jhana e anche Upekkha diviene qualcosa in più di un semplice abbozzo, per poi sbocciare completamente nel terzo Jhana e trionfare assolutamente nel quarto, stravolgendo ogni contestualizzazione mondana.

Ed infine:

(6) ...Ed egli (Sariputta, n.d.t.) realizza: “C’è qualcosa oltre questo” e attraverso il conseguimento di quello stato, egli realizza che vi è altro oltre.

(6) Qui il Buddha spiega che Sariputta avendo ottenuto quegli stati mentali (Jhana) si rende conto che c’è dell’altro ancora, ci sono altre frontiere (Jhana) e consapevolezze da raggiungere. Il quadro non è ancora completo. E rimarrà così fino al 7° e poi con l'8° Jhana  (Sfera della Non Percezione, né della Non Percezione).
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Primo e Secondo Jhana
Il passaggio in tutti e 8 i Jhana del monaco Sariputta raccontato in un Sutta importantissimo.
Centro Italiano di Meditazione



I Sutta originali sono un corpus documentale intessuto l’uno con l’altro attraverso tutte le varie raccolte, tale da costituire un intreccio interdipendente e nient’affatto slegato nel contesto, nella impostazione dottrinale ed educativa. Se si comincia a studiare seriamente questi discorsi ci si rende conto ben presto che il significato di uno risulta ampliato dal resto degli insegnamenti esposti in altri Sutta. E’ una tela spirituale, dottrinale e costitutiva i cui colori rendono il pensiero del Buddha uniforme, chiaro, pregnante e soprattutto efficace. I riferimenti e gli insegnamenti esposti dal Buddha nei Sutta riguardanti i Jhana sono innumerevoli.
Anupada Sutta (Majjhima Nikaya)
SuttaMagga


ARTICOLO
La parola Jhana è una parola Pali (un dialetto parlato dal Buddha, derivato dal Sanscrito) che significa con un certa approssimazione "meditazione". Questo sta ad indicare la naturalezza di questa parola dimenticata o peggio ancora distorta e bistrattata nel corso del tempo. Oggi pochissime scuole al mondo insegnano il Jhana e il nostro Centro è l'unica (fino a questo momento) in Europa ad insegnarli secondo la tradizione autentica degli Insegnamenti del Buddha storico Gautama. Altre scuole di derivazione Birmana si basano sui commentari agli insegnamenti del Buddha, stravolgendone la tecnica e l'applicazione. I Jhana consistono in 8 profondissimi stati meditativi che conducono alle porte di quello che è conosciuto come Nirodha (cessazione) o Nibbana meditativo.
  Che cosa sono i Jhana
Schema riassuntivo delle qualità e caratteristiche dei primi due Jhana
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